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LUDWIGS ZORN per grande orchestra

Anno di composizione :

‘In una stagione dedicata all’anniversario di Beethoven non poteva mancare anche un omaggio dell’Orchestra.

Pierini ha scelto un lavoro pianistico minore di Beethoven, il Rondò a capriccio op. 129, amato dai virtuosi come pezzo brillante da concerto, e l’ha trasformato in una Ipervariazione, ossia in qualcosa che va oltre il concetto di metamorfosi del materiale musicale.

Il Rondò, infatti, è anche un perfetto esempio di come la musica di Beethoven sia stata manipolata, fin dall’inizio e in fondo ancora oggi, per scopi commerciali o per pura vanità personale. Il Rondò a capriccio fu pubblicato postumo nel 1828 dall’editore Diabelli, che dichiarò falsamente di averlo trovato ‘vollendet’, completo, tra le carte del compositore, mentre invece era incompiuto. Inoltre, una nota della prima edizione riferiva che il manoscritto riportava il titolo «Die Wuth über den verlornen Groschen, ausgetobt in einer Caprice», la collera sulla monetina perduta calmata in un Capriccio.

Peccato, però, che il titolo non fosse di pugno di Beethoven ma probabilmente del pernicioso segretario Anton Schindler. Nella versione di Pierini, l’ira di Beethoven si trasforma da Wuth in Zorn, che vuol dire la stessa cosa ma mette un minimo di distanza ironica tra il rispetto per la grandezza dell’artista e l’ingente apparato celebrativo messo in moto attorno alla sua musica. 

Pierini immagina il breve Rondò alla stregua di un gigantesco carillon (Allegro molto, come un carillon, recita l’indicazione sulla partitura). Il meccanismo si mette in moto lentamente, con un calibrato effetto sonoro ottenuto dalla combinazione di arpa, celesta e percussioni. Lo xilofono detta il tema, e a poco a poco si tira dietro tutta l’orchestra, in una serie di variazioni che si sviluppano in maniera sempre più delirante fino a far inceppare il carillon, con le rotelle che girano a vuoto prima di bloccarsi del tutto sulla stessa combinazione sonora dell’inizio.’

Oreste Bossini 

(dal programma di sala)

 

Corriere musicale – Recensione di Luciana Galliano

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